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    Applausi a scena aperta per la Cenerentola al Rendano

     

     

    Applausi a scena aperta per la Cenerentola al Rendano

    04 mar 17 Quando l'allestimento vive di luce propria e svetta su tutto e la mano del regista plasma ogni cosa. Tutti d'accordo sulla pulizia formale e sulla raffinatezza de “La Cenerentola”, primo titolo operistico della stagione lirico-sinfonica del Teatro “Rendano” di Cosenza inauguratasi ieri sera sulle note dell'Inno di Mameli eseguito dall'Orchestra del teatro di tradizione cosentino diretta da Marco Balderi. Un allestimento, quello di “Cenerentola” che porta la firma del regista Aldo Tarabella, direttore artistico di quel Teatro del Giglio di Lucca con il quale il “Rendano” di Cosenza e Lorenzo Parisi, direttore artistico della stagione, hanno ripreso in mano il bandolo di una collaborazione produttiva che potrebbe, da qui in avanti, riservare altre buone sorprese. Ad impressionare favorevolmente il pubblico del “Rendano”, il colorato caleidoscopio di immagini e forme appartenute alla cifra stilistica di Lele Luzzati, il grande scenografo, costumista e illustratore genovese, che il Teatro del Giglio di Lucca (dove “La Cenerentola” ha debuttato il 10 febbraio scorso) ed ora il “Rendano” hanno voluto ricordare con un vero e proprio omaggio a dieci anni dalla scomparsa. Un'operazione che ha fatto sì che si chiamassero a raccolta alcuni dei suoi più stretti collaboratori, quasi dei discepoli di Luzzati: da Enrico Musenich, che ha firmato le scenografie originali dello spettacolo, costruite e dipinte dallo scenografo-costruttore Elio Sanzogni, alla storica Sartoria Cerratelli di via della Pergola a Firenze, che ha dato nuova vita teatrale, con un delicatissimo e appassionato restauro, a quei costumi di Luzzati appartenuti allo storico allestimento del Teatro Margherita di Genova del 1978, che Tarabella ha voluto ricostruire pari pari. Persino le parrucche, di Mario Audello, sono quelle originali dell'allestimento genovese. E' da questa reviviscenza dello stile luzzatiano, oltre che dalla cifra registica di Aldo Tarabella che arriva il contributo maggiore alla riuscita dello spettacolo. La nota vicenda del melodramma giocoso rossiniano si sviluppa, infatti, in un andirivieni di palazzi di carta e scatole magiche che si muovono continuamente in un meccanismo ad orologeria e che restituiscono l'atmosfera fiabesca (si veda la materializzazione della carrozza) e all'interno della quale si sviluppa l'azione dei personaggi. In aiuto degli spettatori, i sovratitoli, per facilitare la non agevole comprensione del libretto di Jacopo Ferretti, particolarmente aulico. Apprezzabile l'apporto dell'Orchestra del Rendano, affidata in questa occasione ad una bacchetta importante come Marco Balderi, cresciuto alla corte di fior fior di direttori come Abbado, Chailly, Giulini e Von Karajan. Anche gli interventi del Coro, il “Francesco Cilea”, diretto da Bruno Tirotta, hanno conferito robustezza e vigoria espressiva alle scene d'insieme. Il mezzosoprano Paola Gardina, che proprio per “Cenerentola” aveva vinto nel 2003 il prestigioso concorso “Toti Dal Monte” , ma per il ruolo di Tisbe, ora che veste i panni della protagonista, ha il giusto pathos, nei momenti più sofferti (“Sempre fra la cenere dovrò restar”) o quando subisce le mortificazioni di Don Magnifico (“Vilissima, di una educazione bassissima. Va in cucina la polvere a spazzar!). I suoi numeri vocali escono alla distanza e raggiungono vette importanti in “Nacqui all'affanno”, il rondò finale di Cenerentola, quando il trionfo della bontà si è compiuto e la ruota ha cominciato a girare in suo favore dopo aver fatto breccia nel cuore del Principe Don Ramiro (il tenore cinese Li Biao). Bene le altre voci: il baritono Clemente Antonio Daliotti (Don Magnifico) al quale contende la ribalta l'efficace Pablo Ruiz (Dandini, il cameriere che prende il posto di Don Ramiro), specie nel duetto con Don Magnifico “Un segreto d'importanza”. Non è da meno, anche per un'adeguata presenza scenica, l'altra voce baritonale di Matteo D'Apolito. Più che credibile il suo Alidoro, maestro di Don Ramiro, che è il deus ex machina di tutta l'azione ed artefice dello scambio di persona tra il principe e il suo servitore. Una menzione a parte meritano il soprano Giulia Perusi e il mezzosoprano Isabel De Paoli che restituiscono rispettivamente un bel ritratto, buffo al punto giusto, con movenze sceniche azzeccate, delle due sorellastre Clorinda e Tisbe. L'unica “trasgressione” registica di Tarabella riguarda proprio quest'ultima. Mentre, in una delle scene iniziali, è nella vasca da bagno sommersa di schiuma, Tisbe ascolta musica nelle cuffie! Indovinati anche il disegno luci di Marco Minghetti e le coreografie di Monica Bocci. Non è un caso che nei saluti finali il regista Aldo Tarabella prenda per mano, trascinando al proscenio anche le danzatrici. Alla fine applausi convinti. Si replica domani, domenica 5 marzo, alle ore 17,30.

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