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    Rivolta di Rosarno, la risposta dello Stato: 31 arresti e sequestro beni per 10 mln

     

    La rivolta di Rosarno

     

    Rivolta di Rosarno, la risposta dello Stato: 31 arresti e sequestro beni per 10 mln di euro a imprenditori che sfruttavano i migranti

    26 apr 10 Venti aziende e duecento terreni, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro, sono stati sequestrati nel corso dell' operazione Migrantes compiuta stamani a Rosarno. I sequestri sono stati effettuati da agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, dai carabinieri e dai militari della guardia di finanza contestualmente all' esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 31 persone. Nel corso delle indagini gli investigatori hanno compiuto accertamenti patrimoniali nei confronti degli indagati ed hanno potuto ricostruire la quantita' di beni mobili ed immobili ritenuti frutto di illecito arricchimento e, soprattutto, funzionale alla realizzazione delle condizioni di impiego di manodopera in nero. Sono state scoperte anche numerose presunte truffe compiute nei confronti degli enti previdenziali. L’operazione per l'esecuzione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti delle persone accusate a vario titolo di associazione per delinquere, violazione della legge sul lavoro e truffe nel settore dell'agricoltura è in corso dalle prime luci dell’alba. All'operazione stanno partecipando agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, carabinieri e militari della guardia di finanza. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal Gip del tribunale di Palmi che ha accolto la richiesta della Procura della Repubblica. Le indagini hanno avuto inizio nel gennaio scorso, quando a Rosarno si verifico' la rivolta degli extracomunitari impegnati nella raccolta degli agrumi. Gli investigatori hanno individuato una presunta organizzazione che si occupava di reclutare e sfruttare i lavoratori stranieri impiegati nel settore dell'agricoltura. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi ci sono sia italiani che extracomunitari.

    Gli arrestati. Questi sono le persone arrestate nell'ambito dell'operazione 'Migrantes' contro il caporalato a Rosarno. Sono stati portati in carcere: Mohammed Fatthani, 30 anni, marocchino, detto Dokkali; Abdelkander Obad, 37 anni, marocchino; Brahim Bakar, 22 anni, marocchino; Snezhana RaKovska, 54 anni, bulgara; Mehdaoui Ben Rhouma Tahar, 36 anni, tunisino; Abuabida Mahemedsias, 39 anni, sudanese; Mohamed Sadraoui, 48 anni, marocchino; Elsalam Wael, 21 anni, egiziano e Aissa Bensid, 40 anni, algerino. Sono detenuti ai domiciliari: Salvatore Coluccio, 37 anni; Maria Mangano, 31 anni; Sebastiano Mangano, 62 anni; Domenico Rosarno, 67 anni; Biagio Arena, 80 anni; Rocco Bueti, 29 anni; Vincenzo Gerace, 49 anni; Armando Siviglia, 55 anni; Antonio Schiavone, 54 anni; Antonino Logiudice, 44 anni; Giorgio Logiudice, 52 anni; Domenico Antonio Ranieli, 45 anni; Nicola Salvatore Rocco Cuccomarino, 54 anni; Pasquale Giovinazzo, 51 anni; Rocco Gulluni, 53 anni; Girolamo Ruzzo, 40 anni; Antonio Scarpari, 51 anni; Biagio Tramonte, 43 anni; Domenico Paglianiti, 53 anni; Rocco Donato, 32 anni e Biagio Porretta, 27 anni.

    Creazzo: violenze sui lavoratori. "Le dichiarazioni dei lavoratori immigrati clandestini sono state preziosi, cosi' come preziosi sono stati i riscontri venuti fuori grazie ad una capillare attivita' investigativa". Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, nel corso della conferenza stampa per illustrare l'operazione "Migrantes", che ha portato a 30 arresti nell'ambito delle indagini dopo i fatti di Rosarno. "L'inchiesta - ha aggiunto il procuratore - ha anche portato alla luce episodi di violenza nei confronti di alcuni lavoratori extracomunitari". Gli stessi immigrati che hanno collaborato con la giustizia hanno ora ricevuto il permesso di soggiorno.

    Testimonianze immigrati. "Il lavoro è stato possibile per le testimonianze rese da 15 cittadini extracomunitari vittime delle violenze dello scorso gennaio a Rosarno, che hanno corroborato i controlli del territorio e le intercettazioni ambientali". Lo ha detto il Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, nel corso della conferenza stampa per illustrare gli esiti dell'operazione contro il caporalato a Rosarno. "Voglio anche ringraziare - ha aggiunto - gli organi centrali dello Stato che hanno messo a disposizione in questi tre mesi significativi supporti investigativi che hanno contribuito parecchio a fare luce su quelle giornate funestate dalla violenza". Alla conferenza stampa hanno partecipato il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, il comandante provinciale dei Carabinieri, Pasquale Angelosanto, il comandante della guardia di finanza, col. Alberto Reda, ed il dirigente della squadra mobile, Renato Cortese. Per il questore Carmelo Casabona, "l'operazione 'migrantes' chiarisce definitivamente che a Rosarno il 7 gennaio scorso e nelle giornate successive non vi fu una esplosione di razzismo quanto piuttosto una ribellione contro lo sfruttamento da parte degli extracomunitari. Gli immigrati guadagnavano venticinque euro al giorno per dodici ore di lavoro, di cui sei finivano nelle mani del 'caporale'. "Le indagini - ha detto il capo della squadra mobile, Renato Cortese - hanno fatto emergere una rete di collegamento di 'caporali' che gestivano la manodopera, con capisaldi anche a Catania, Villa Literno, nel casertano, veri e propri 'collocatori di braccia'". Per il col. Alberto Reda, "l'operazione denota anche una struttura economica che non riesce a modernizzarsi, soprattutto nel rapporto con la manodopera". Il col. Angelosanto, ha evidenziato "l'efficienza delle operazioni investigative congiunte condotte sul territorio".

    Immigrato ha paura di tornare. Vorrebbe tornare a Rosarno ma ha paura di subire nuove aggressioni. Moussa Boussim, 35 anni, africano, è stata una delle vittime della rivolta di Rosarno ed ora, dopo un lungo di periodo di degenza ospedaliera, vive stabilmente a Polistena. "Vorrei tornare a Rosarno - afferma Moussa - perché qui nei campi c'é ancora lavoro, ma non voglio farlo perché temo di subire nuove aggressioni. Io non avevo partecipato alla rivolta eppure sono stato aggredito e picchiato selvaggiamente. Adesso vivo stabilmente a Polistena ma le occasioni di lavoro sono scarse". Moussa lavorava a Rosarno e durante la rivolta è stato colpito da alcuni residenti del comune reggino. A causa delle ferite ha rischiato di perdere un rene. Quando Moussa ricorda i giorni della rivolta di Rosarno traspare dai suoi occhi la paura. "Nei confronti dei rosarnesi - prosegue - non provo alcun risentimento, ma non posso evitare di avere paura. Spero un giorno di recuperare la mia serenità e di potere tornare a Rosarno in un clima di pace e fratellanza. Dalla Calabria non voglio andare via perché qui, malgrado quello che è accaduto, mi trovo bene". La storia di Moussa è simile a quella di tanti altri immigrati che vivono ancora nella piana di Gioia Tauro e che hanno vissuto i giorni della rivolta. Ayida, 37 anni, africano, ricorda gli scontri e non esita a dire che "ancora ho molta paura". Lui ora vive a Gioia Tauro e lavora saltuariamente nei campi. "Per quanto mi riguarda - aggiunge - mi tengo ben lontano da Rosarno perché ho paura che qualcuno possa di nuovo farmi del male. Hanno cercato di uccidermi e sono vivo per miracolo".

    Lo sfruttamento provocò la rivolta. Lo sfruttamento e le condizioni inique in cui erano costretti a lavorare fu alla base della rivolta degli immigrati avvenuta nei mesi scorsi a Rosarno. E' quanto emerso dalle indagini che hanno portato stamani ad una operazione della squadra mobile, dei carabinieri e dei finanzieri contro il fenomeno del caporalato. Gli investigatori hanno accertato che alla base delle proteste e degli episodi di violenza vi erano le condizioni di assoluta subordinazione in cui versavano gli immigrati finiti nelle mani di persone che li costringevano a lavorare in condizioni inique. Gli immigrati, inoltre, avrebbero subito anche ripetute minacce. I lavoratori extracomunitari erano costretti, infatti, a lavorare mediamente dalle 12 alle 14 ore al giorno ricevendo un compenso di una decina di euro al giorno. Gli extracomunitari che si ribellavano subivano ritorsioni e minacce. La rivolta di Rosarno, infatti, fu determinata proprio dal ferimento a colpi d'arma da fuoco di due lavoratori extracomunitari.

    Paga media 20 euro al giorno. Una paga media al giorno di poco superiore a 20 euro: questo percepivano gli extracomunitari a Rosarno per il lavoro nei campi. Il dato emerge dall'inchiesta di oggi della polizia, in cui per la prima volta parlano gli extracomunitari e raccontano storie di sfruttamento e lavoro nero. Appena 22 euro al giorno la paga media: 1 euro a cassetta per la raccolta dei mandarini e 50 centesimi per le arance. E ai caporali una cresta di 10 euro su ogni lavoratore.

    Tre euro per il trasporto. Tre euro per essere portati sul luogo di lavoro a bordo dei furgoncini. Era il prezzo che gli immigrati dovevano pagare nella Piana di Gioia Tauro ai caporali, loro connazionali, per andare a raccogliere arance. Tre euro che dovevano essere scomputati dai 25 euro di paga giornaliera per turni massacranti di lavoro, dall'alba al tramonto, a fronte dei 38 euro di tariffa sindacale, che gli imprenditori agricoli davano loro. Sono alcuni degli aspetti emersi dall'operazione 'Migrantes', eseguita questa mattina da Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza nel reggino. Le posizioni degli indagati sono state distinte: delle 31 ordinanze di custodia cautelare nove in carcere riguardano stranieri (otto africani e una donna bulgara, due sono irreperibili) che sfruttavano i connazionali, e 21 sono italiani posti agli arresti domiciliari, vale a dire i proprietari dei terreni e gli imprenditori agricoli che facevano lavorare gli extracomunitari in condizioni pessime. Un altro italiano e' stato sottoposto all'obbligo di dimora nel comune di residenza. L'indagine ha avuto un input importante dopo la rivolta di Rosarno ma i fatti, ha precisato il questore di Reggio Calabria Carmelo Casabona in conferenza stampa, non sono riferibili a razzismo dei cittadini rosarnesi bensi' e' stata una reazione degli immigrati nei confronti di chi li sottometteva.

    In un dossier la storia dello sfruttamento. Le condizioni di vita e di lavoro, i tentativi di estorsione e lo sfruttamento degli immigrati di Rosarno sono raccontate in un dossier 'Arance insanguinate - Dossier Rosarno' realizzato dall'Associazione Onlus daSud e da Stopndrangheta.it. Il dossier - curato da Danilo Chirico e Alessio Magro - ricostruisce l'inferno di Rosarno dai primi articoli apparsi nel 2006 fino ai drammatici fatti del gennaio 2010, passando in rassegna reportage e documenti ufficiali che inchiodano ciascuno alle proprie responsabilità. I fatti vengono ricostruiti attraverso una raccolta di analisi, articoli, testi, fotografie sui fatti di Rosarno, disponibile anche in versione telematica su www.stopndrangheta.it. Tra il materiale raccolto ci sono anche testimonianze sulle proteste antirazziste di associazioni e movimenti (il manifesto "Troppa (in)tolleranza e nessun diritto", il "No-mafia day"), la reazione del teatro italiano ("Nei ghetti d'Italia questo non è un Uomo"), l'apporto del mondo culturale (i libri di Antonello Mangano e Carlo Rovelli) e universitario (il manifesto antirazzista dell'Università della Calabria). Non è stata tralasciata l'esistenza di una Rosarno coraggiosa e civile, con molte testimonianze dell' ex sindaco ed ex deputato del Pci Peppino Lavorato.

    Studio, 290 mln i proventi dello sfruttamento. Dall'immigrazione 290 milioni di euro di proventi illegali: a tanto ammonterebbe il business del caporalato controllato dalle 'ndrine calabresi, secondo le stime piu' recenti dell'Istituto Demoskopika. Il mercato piu' remunerativo riguarderebbe principalmente i migranti clandestini provenienti dall'Oriente, con in testa curdi, iracheni, pachistani, indiani ed egiziani. Per 6 calabresi su 10 (oltre il 65,1% del campione intervistato) sostiene che e' necessario regolarizzare, anche se il 55,1% e' favorevole all'espulsione. Per 1 calabrese su 2 e' necessario far entrare soltanto chi ha seriamente voglia di lavorare. Nell'ultimo decennio gli immigrati sbarcati sulle coste calabresi e successivamente rintracciati sono stati oltre 19 mila. Il picco massimo e' stato raggiunto nel biennio 2000-2001 rispettivamente con 5.045 persone nel 2000 e 6.093 nel 2001 pari al 57,9% sul totale degli sbarcati. Nell'ultimo anno, invece, la Calabria ha visto diminuire il numero degli immigrati sbarcati sulle sue coste di quasi 67 punti percentuali passando da 1.973 immigrati del 2007 ai 663 del 2008. ''Una riduzione - sottolinea Demoskopika - direttamente legata alle strategie della mafia calabrese sul territorio''. ''La riduzione del traffico clandestino di esseri umani - ha spiegato il presidente dell'istituto, Raffaele Rio - e' stato volutamente deciso dalla criminalita' organizzata calabrese per evitare la massiccia intensificazione dei controlli da parte delle forze dell'ordine a presidio del territorio. La preoccupazione delle 'ndrine riguarda principalmente il mercato degli stupefacenti il cui giro d'affari e', senza alcun dubbio, piu' remunerativo dell'arrivo dei clandestini in Calabria''. La regolarizzazione degli irregolari (65,1%) - emerge dall'indagine di Demoskopika - trova piu' accordo della loro espulsione (55,1%) ma raccoglie anche la piu' alta percentuale di coloro che sono in completo disaccordo: il 20,3% contro l'11,4%. Ai fini della concessione della cittadinanza, poi, per i calabresi sembra determinante il fatto che gli immigrati non abbiano commesso reati durante la loro permanenza in Italia: solo il 22,9% degli intervistati e' infatti d'accordo con la frase ''E' giusto concedere la cittadinanza agli immigrati che risiedono in Italia da 5 anni'', mentre il 58,2% con l'affermazione ''E' giusto concedere la cittadinanza agli immigrati che risiedono in Italia da 5 anni, purche' non abbiano commesso reati''. La maggior parte degli intervistati ha anche legato l'entrata degli immigrati in Italia al lavoro: il 49,9% ha dichiarato di voler fare entrare solo chi ha voglia di lavorare; il 33,5% ha invece affermato di voler regolamentare l'accesso in base al fabbisogno di manodopera.

     

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